VIA D ACQUA – LEGGI IN DEROGA A FAVORE, GRAZIE LETTA!

Da: Enrico Fedrighini <infotiscali@enricofedrighini.it>
Date: 06 dicembre 2013 11:06
Oggetto: Via d’Acqua: importanti aggiornamenti da far girare!
A:

Carissime/i,
lo so, è un po’ lunga, ma vi chiedo di leggerla e di farla girare il più
possibile, credo ne valga la pena soprattutto dopo la pubblicazione oggi
(6/12) dell’articolo sul Corriere, a pag. 11 della cronaca milanese.
Sul progetto Via d’Acqua si sta risvegliando, finalmente, un interesse diffuso
da parte della cittadinanza. E ora anche degli organi di informazione.
La partecipazione (quella vera, non quella annunciata negli slogan) diventa
un reale strumento di cambiamento quando si lega a una informazione completa.
Le due cose sono legate.

Penso sia utile fare il punto su tre aspetti fondamentali:
1) le criticità del progetto Via d’Acqua nel suo complesso;
2) le modifiche possibili;
3) le questioni aperte più importanti per l’ambiente e il nostro territorio.

Criticità del progetto. Su questo punto, il discorso è abbastanza semplice:
spendere 89 milioni di euro per trasportare appena 1,5 metri cubi di acqua
al secondo da nord a sud Milano (pur trattandosi di acque pulite, utili per
l’agricoltura) è un nonsenso sotto l’aspetto economico, prima ancora che
ambientale. Le risorse investite sono superiori all’effettiva utilità economica
dell’opera; in Paesi un po’ più evoluti del nostro questa si chiama ‘analisi
costi/benefici’, e dovrebbe rappresentare la prima verifica sulla ammissibilità
o meno di qualunque progetto. Soprattutto se consideriamo che il territorio
dei parchi dell’ovest milanese offre una rete già esistente di canali che,
come propone Italia Nostra, potrebbero essere impiegati a tal fine (anziché
costruirne uno nuovo), consentendo un forte risparmio di denaro pubblico.
Teniamo a mente questo aspetto, ci torneremo sopra fra poco.

Le modifiche possibili. In Zona 8, oltre a mettere nero su bianco questa
critica al progetto nel suo complesso, abbiamo puntato da subito alla concreta
salvaguardia del verde esistente, ottenendo (grazie alla mobilitazione degli
abitanti del Gallaratese) il completo interramento del tratto di Zona 8 che
il canale avrebbe dovuto attraversare: il parco Pertini. Questo significa
non solo mantenere la continuità della superficie verde esistente: significa
soprattutto una radicale riduzione dell’impatto dell’opera anche sulle alberature
esistenti. Infatti, lo scavo e la movimentazione terra necessaria per interrare
un tubo è molto ridotta rispetto alla scavo originariamente previsto per
realizzare: canale in cemento – alveo di contenimento – sponde, ecc. L’ingombro
del tubo interrato, a differenza del corso d’acqua in superficie, è più stretto
e lineare. Questo significa una drastica riduzione dell’impatto ambientale
dell?opera anche a lavori in corso.
Io sono convinto che anche per il Parco di Trenno, ora che si è risvegliato
l’interesse degli abitanti, sia possibile ottenere una modifica migliorativa
del progetto.
Problema risolto, quindi? No. L’articolo pubblicato oggi sul Corriere mette
in evidenza altro. Ecco cosa.

Le questioni aperte più importanti per l’ambiente e il nostro territorio.
Arriviamo al terzo punto che, secondo me, rappresenta la parte più delicata
e importante. Riassumo la situazione: i continui litigi della politica hanno
fatto accumulare gravi ritardi al progetto Expo, soprattutto per le opere
esterne al sito; la Via d’Acqua è una di queste, e il suo tracciato interferisce
con alcune aree verdi nelle quali la presenza di inquinanti nel sottosuolo
è accertata (via Quarenghi) e altamente probabile (Parco Cave). Le bonifiche
sono un’opera importante, ma anche lunga e costosa. Viene allora escogitata
la solita soluzione all’italiana: lo scorso aprile il governo Letta emana
un Decreto legge (n. 43) che prevede ‘Disposizioni straordinarie volte ad
accelerare la realizzazione di Expo 2015′. In base a questo Decreto, la società
Expo emana a sua volta (il 12 novembre scorso) la seguente disposizione:
nelle aree di sedime della Via d’Acqua si applicano i valori di CSC (Concentrazioni
Soglia di Contaminazione del suolo) normalmente applicati per i terreni con
destinazione industriale. Peccato che, al contrario, si tratti di aree destinate
a verde pubblico.

Nessuna deroga in materia di sicurezza ambientale e tutela della salute.
Due mesi or sono, appena sono iniziate le recinzioni del cantiere e la movimentazione
terra in via Quarenghi, abbiamo attivato il Settore Ambiente del Comune di
Milano per avere tutta la documentazione comprovante le indagini ambientali
del terreno e l’analisi di rischio. Non esistevano né le une né l’altra.
Ora, grazie al Settore Ambiente, la situazione è sotto controllo: dovrà essere
presentata un’analisi di rischio per l’area di via Quarenghi, da sottoporre
agli enti di controllo in Conferenza di Servizi. Problemi simili, forse anche
più seri, possono nascere anche al Parco delle Cave: in questi giorni ho
trasmesso al Settore Ambiente una richiesta di verifica sulla base di due
tavole (che potete consultare alla pagina Facebook del Gruppo Ecologisti
Volontari di Milano: https://www.facebook.com/#!/gruppoecologistivolontari.milano?fref=ts)
raffiguranti la zona della Cava Cabassi attualmente recintata per la realizzazione
della Via d’Acqua. Quella zona, dopo il ritrovamento nel 2002 di fusti contenenti
rifiuti tossico-nocivi, venne sottoposta a una indagine geognostica mediante
‘tomografia geoelettrica’. L’esito è molto chiaro: emerge con certezza la
presenza diffusa, nel sottosuolo di quell’area, di ‘anomalie geofisiche’,
con cumuli rilevanti anche di strutture metalliche.

Conclusione. Mi pare che – grazie al lavoro del Consiglio di Zona 8, ripreso
oggi dal Corriere – stia emergendo un elemento nuovo e importante per l’intera
città, nel dibattito fra i ‘pro’ e i ‘contro’ rispetto al progetto di Via
d’Acqua. Nasce dal fatto che siamo il Paese delle deroghe, delle leggi ambientali
poco e male applicate (gli effetti sono sotto i nostri occhi).
Credo che nessuna opera possa essere avviata e realizzata (soprattutto se
a realizzarla è un soggetto pubblico) senza la piena applicazione e rispetto
delle leggi poste a tutela dell’ambiente e della salute di lavoratori e cittadini.
Il che significa una cosa molto semplice e concreta, valida in ogni Paese
che ama definirsi civile: se si lavora in un’area inquinata, bisogna prima
di tutto bonificarla. Senza deroghe, né semplificazioni, nè velocizzazioni.
A ruspe ferme. Mostrando analisi, progetti, tempi e risorse necessarie a
rendere salubre e sicuro l’ambiente in cui viviamo. Tutto il resto viene
dopo. Punto.

Rimango a vostra disposizione per ogni eventuale ulteriore comunicazione,
chiedendovi di FARE GIRARE IL PIU’ POSSIBILE LA PRESENTE COMUNICAZIONE.

Un caro saluto,
Enrico Fedrighini

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