IL GIAPPONE OSPITA MILANO di Edy Rulli

A Palazzo dei Giureconsulti 3 giorni per far conoscere ai milanesi gusti e sapori dei giapponesi.

Programma di degustazioni preceduto da una tavola rotonda con Paolo Di Croce, segr. gen. di Slow Food e altri studiosi di colture tradizionali.

Il Giappone, un arcipelago lungo ca. 3000 km., la cui estensione longitudinale consente coltivazioni caratterizzate dalle 4 stagioni, prodotti molto differenziati analogamente ai nostri, tipici delle zone a clima temperato, ma anche climi subtropicali. Vasta gamma di ortaggi, pesce e soia che li contraddistingue è il Sakè, bevanda nazionale di cui esistono 1300 diversi tipi, prodotto fin dal 1625, ricavato dal riso alimentare con l aggiunta di riso apposito che produce una  lieve fermentazione in bottiglia con anidride carbonica naturale oppure con riso adatto alla fermentazione alcolilica altamente selezionato. Il gusto del Sakè varia a seconda della regione di provenienza che in Giappone sono ben 47.

Un mito interessante avvolge l origine del processo di fermentazione naturale che fu scoperto casualmente, risalente ai tempi delle divinità quando i cibi portati in dono agli Dei dopo un po’ di tempo e prima del deterioramento, davano origine ad una fermentazione organica naturale che ne migliorava il gusto. Per esigenze di omologazione dei gusti che sa più di globalizzazione dei mercati mondiali, il Sakè viene anche prodotto con le tipiche bollicine dello Champagne, un opzione per fare business che gli Dei forse nn approverebbero.

Dicevamo, stessa forma longitudinale della nostra penisola che ha creato delle analogie di gusti e abitudini culinarie tra i due Paesi permettendo intensi scambi commerciali; oggi in Giappone i prodotti italiani sono tra i più diffusi tra quelli stranieri e persino i funghi, un tempo merce rara e da contrabbandare in occasione di viaggi in Italia, ora sono reperibili su tutto il territorio.

Un agricoltura diversificata quella giapponese almeno quanto la nostra dove però si difende a spada tratta la biodiversità tanto che è stata creata una scuola per la rivalutazione dei prodotti autoctoni tendenti a scomparire perchè nn omologabili, un grave danno questo se si pensa che una volta estinto quel prodotto nn sarà più possibile ricrearlo. Per esempio, all origine, il cetriolo era molto amaro per essere mangiato e ne fu quindi modificato il sapore. Ebbene, questa scuola educa i bambini ai sapori originali dei prodotti autoctoni per salvaguadare la specie. Poveri bambini…un po’ sadici questi giapponesi!

Altro esempio sono le mele di cui solo 4 specie sono universalmente conosciute mentre sono migliaia sul Pianeta che mancano all appello perchè in via d estinzione.

Viene ricordata l epidemia che distrusse in Irlanda interi raccolti di patate con conseguenze disastrose perchè se ne coltivava un solo tipo, mentre sono centinaia le specie di questo tubero.

Nel mondo industrializzato un esercito super nutrito di ca. 1 miliardo e mezzo di individui affetti da malattie del benessere, obesità, diabete, cardiache, si contrappone a oltre la metà che nn ha accesso al cibo. In previsione dell aumento degli inquilini del Pianeta che del 2050 saranno 9 miliardi, è quanto meno auspicabile una inversione di tendenza nell approccio al cibo.

In vista dell EXPO 2015 sul tema “Nutrire il Pianeta”, l impegno del Giappone è di rilanciare la biodiversità dei prodotti agricoli e forestali per favorire un cambiamento di rotta mondiale, in barba alle regole del marketing, poichè il cibo è vita. Un dato allarmante è che l attuale 3% di popolazione agricola con 60 anni di età media si ridurrà all 1% e ciò dovrebbe indurre a dei ripensamenti sui nostri stili di vita.

Un esempio significativo viene fornito da Paolo Di Croce di Slow Food: in una scuola in Uganda, i bambini nn venivano puniti con bacchettate sulla mani, ma castigati a lavorare nei campi. La stessa cosa da noi è impensabile anche se le condizioni climatiche nn hanno paragone con quelle africane. Di pari passo in Italia l agricoltura ha perso dignità. E’ necessario modificare le proprie abitudini alimentari; è così difficile nn mangiare a Natale uva o fragole del Cile o insalata in busta prelavata proveniente chissà da dove? I vegetali trasportati perdono il 20% di contenuto vitaminico, sono meno buoni e costano di più. Perchè nn scegliere di mangiare un prodotto di stagione locale?

Si cita un colorito aneddoto della mitologia sull importanza della terra: Un leggendario re Inca, emergendo con la moglie dalle acque del lago Titicaca, disse come piantare patate in montagna e mais in pianura. Utile informazione per il suo popolo affamato che ricoprì il suo re di tutti gli onori che il caso meritava.

Per concludere nn poteva mancare un accenno allo Tsunami che ha distrutto in Giappone interi villaggi; grazie ai Musei è salva la cultura (ma anche le colture!) per poter ripiantare e ricominciare. E’ nella terra l origine del genere umano e si perde anche quella è solo colpa sua.

EDY RULLI

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4 risposte a IL GIAPPONE OSPITA MILANO di Edy Rulli

  1. edyrulli ha detto:

    COMMENTO DI VINCENZO PALERMO

    Cara Edy,

    “…è così difficile nn mangiare a Natale uva o fragole del Cile o insalata in busta prelavata proveniente chissà da dove?”

    La frase mi ha fatto venire in mente la questione che ha interessato molto fino ad una ventina di anni fa i circoli “think tank” , quelli che cercano di rappresentare il “pensiero” nel mondo, e cioè se la globalizzazione è una cosa buona oppure no.

    I favorevoli alla globalizzazione mettevano in evidenza i vantaggi economici (riduzione dei costi dei prodotti con l’abolizione dei dazi doganali e più in generale con l’accentuarsi della libera concorrenza, vantaggi che hanno permesso una riduzione sensibile della povertà estrema nel mondo) e politici (secondo alcuni la globalizzazione ha evitato lo scoppio della terza guerra mondiale).

    I contrari sostenevano, invece, che la globalizzazione fa perdere la propria identità ai popoli, cancellandone cultura, usi, costumi e tradizioni, anche alimentari.

    Con l’avvento di internet la questione ha perso molto di interesse perchè internet è uno strumento talmente potente da rendere tutto globalizzato: economia, finanza ma anche cultura, tradizioni, così che il patrimonio di un singolo popolo (i suoi usi, costumi, abitudini, esperienze) restano patrimonio di quel popolo ma diventano anche condivisione con gli altri. E così, adesso, nessuno più può accusare la globalizzazione di essere solo uno strumento al servizio del commercio e degli affari.

    Internet ha praticamente messo d’accordo tutti: anche per questo grazie internet!

    Il giorno 11/nov/2013, alle ore 16:43, edy2012@libero.it ha scritto:

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  2. edyrulli ha detto:

    Per me la globalizzazione ha un aspetto che purtroppo raramente viene considerato. Rende possibile il movimento di merci, ma anche di esseri umani che, a differenza di un prodotto agro-alimentare, lasciando il proprio paese d origine perde le proprie origini e identità ed è condannato a vivere “ospite” in un altra realtà per il resto della vita con le frustanti conseguenze che ciò compor ta.
    In Italia il fenomeno del dopoguerra che dal sud ha portato al nord enormi forze lavoro, ha carat-
    terizzato questo periodo storico con ferite ancora aperte. Ridimensionato su scala planetare, questo stesso problema caratterizzerà il nuovo esodo extracontinentale le cui masse per primo saranno accolte come forza lavoro e poi (forse) come uomini in cerca di una nuova vita.
    Così una gran Torre di Babele senza una lingua chiave che li aiuti a comunicare tra loro che andrà a consolidare l attuale società fatta di individui in compartimenti stagni senza la possibilità di comu-
    nicare spiritualmente e intellettualmente.
    Se questa sarà la società di domani, preferisco nn esserci.

    EDY RULLI

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    • enzo ha detto:

      Non sono d’accordo con te.
      Ogni cambiamento, ogni nuovo corso storico ha i suoi “contro” ma focalizzarsi su questi lati negativi e giudicare il cambiamento o il nuovo corso soltanto sulla base di essi, secondo me è sbagliato. I nuovi fenomeni vanno valutati nella loro complessità e nei loro effetti nel tempo. Se adottiamo questo metodo allora vediamo che il “trend” della vita è positivo, di poco ma è positivo: penso che nessuno potrà disconoscere che oggi (tutti, non solo in occidente ma in ogni parte del mondo) stiamo meglio di un secolo fa, che un secolo fa si stava meglio di due secoli prima e così a ritroso fino a tornarte all’uomo delle caverne. Perciò, carissima Edy, abbi fiducia nel domani e sii gioiosa (o rassegnata: scegli tu) per il fatto che nel domani tu ci sarai.
      P.S. La mia esperienza è che gli immigrati fanno fatica ad integrarsi ma già i loro figli ne fanno molto meno e poi… perchè parli di individui in compartimenti stagno? Non mi pare che sia questa la realtà

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  3. Pingback: Lettera 4 GIAPPONE OSPITA MILANO | commonspeeches

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